Io sono la sostanza che governa il creato: quel cubico spazio di penombra onnipresente adornato di stelle fluorescenti. Sono energica, incommensurata, inspiegabile, incontestabile sostanza. Sono re del tutto, siedo sul seggio sopra la valle scolpita nel legno fuso.

I titani della genesi, fautori della valle lignea, ne hanno levigato magistralmente tutta la superficie, omaggiando così la mia magnificenza. Ponti interminabili che attraversano il basamento, nascondendo alla mia vista l’oscuro baratro sottostante. Dell’intera superficie hanno trascurato, per rispetto alla mia perfezione, poche esili fessure scure presenti tra ogni ponte e quelli che sono affiancati. Oltre le fessure dimorano ancora i Titani: il sottosuolo è la loro casa, ove scontenti spiano la luce dei miei astri. Ad ogni mio passo gracchiano e urlano d’invidia, come mille foreste scricchiolanti.

Il mio seggio è il tempio bianco, costruito di puro alabastro, sorretto da decine di colonne, privato della volta per mirare meglio la mia opera. Il tempio bianco è costruito per cingere Valle Morbida, sede soave del mio sollazzo, praterie voluttuose e ornate di colori impossibili dove sovrintendo su tutto. La Valle Morbida è composta da più strati che possono essere sollevati o ripiegati al solo scopo di intrattenermi e, cosa più importante, per ospitare la mia opera più preziosa, quella a me più utile.

Era un lontano passato oscuro quando decisi di costruire Corpo: materia composta ad immagine e somiglianza della mia volontà superiore. Corpo è ornato di tutte le principali movenze e della spontaneità degna di un figlio, scelsi l’involucro per ospitare parte del mio splendore e per esercitare la mia intenzione. Ora scruto attraverso di esso quando voglio, controllo il paesaggio da fessure lacrimanti per la meraviglia, scuoto tutto l’involucro più superficiale per produrre a volontà inondazioni di sentimento puro e risa. Nel mio genio creativo ho fatto sì che potessi identificarmi sempre con Corpo, ebbro in una recita perfetta.

Ora sono come un bambino agli occhi del mio creato, tuttavia posseggo arti potenti e colossali, con estremità snodabili capaci di muovere e contornare la materia stessa; posseggo una coppia di mantici capaci di canti, uragani e valanghe; un nucleo gonfio capace di processi continui, di battiti scanditi, di espellere montagne e creare fiumi. Del mio intelletto incanalo solo ciò che i sensi del corpo possono sostenere e mi autocompiaccio di tutto ciò che immagino e riscopro.

Siccome tutto è già nel mio essere, non compio mai reali scoperte di qualcosa; ma è insito in me un incondizionato amore per la mia stessa trama, capace di farmi sempre sperimentare emozioni in tutto e per tutto identiche al più ardito e ingenuo degli esploratori. Grido ad alta voce e risuona tutto il mio regno. Sfido il mio creato a pormi novità impossibili con i più arditi gorgheggi. Tutto è perfetto come l’ho inventato, non desidero modificare la valle o il tempio bianco, nè il suolo legnoso. Tutto è sotto il mio controllo.

Onnipotente quale sono devo però possedere la capacità di crearmi imperfetto in taluni casi. Sfidando il paradosso genero così in me alcuni languori: insignificanti come solo un dio annoiato potrebbe provare, ed impellenti come il più arrogante dei tiranni. Accecato dalla fame vivo il crollo di un’altra era, sento lo scorrere dei ciclici momenti tragici e romantici della mia sacra epopea. Quando grido possentemente si odono come le trombe che annunciano l’apocalisse. Il richiamo attira me stesso ancora una volta e presto mi concederò udienza. Sorge al richiamo, come dall’alba dei tempi, la mia più fedele servitrice. La prima serva, creata al risveglio dalla genesi, colei che per prima immaginai sotto forma di bidepe, araldo del piacere e del conforto, incarnata in forma materna e carezzevole. Lei è pronta per me, squillo ancora con la mia voce e la faccio accostare al mio tempio. La mole superiore delle sue mani mi trae di poco in inganno riguardo al ruolo di entrambi, ma sono sempre io nella mia forma di innocente a portare lo scettro del potere. Vengo svelato dal mio giaciglio e sollevato in trionfo, accostato al petto della serva e portato a incontrare le traboccanti riserve di sacro nettare. Estraggo a forza la mia quint’essenza: Ambrosia, cibo creato solo per essere ingerito da dei, quale io sono; in bocca ad un qualsiasi mortale essere la sostanza produrrebbe un’ondata di piacere soverchiante, una distruzione del senso di integrità. Il pasto è terminato, ella può congedarsi e tornare al vuoto. Sparisce presto oltre la soglia del mio interesse e dalla penombra del mio mondo. Torno ad esplorare il manto e le calde braccia della mia personale valle. Mi crogiolo nell’orgasmica attività digerente, tracce di Ambrosia sono ancora sulle mie labbra e tra i denti. I miei arti danzano nello spazio ad espressione perfetta del mio orgoglio e compiacimento, è così che incontro la nuova essenza.

Non certo un essenza completamente nuova, ma in me mi sorprendo a creare uno stupore eccessivo. La serva sbadata doveva aver perduto parte della sua essenza nella mia valle personale: avrei in futuro preso provvedimenti per ciò. Localizzo tutta la mia attenzione sull’intruso. Mi colpisce da subito la presenza anche in esso di un volto espressivo. Non ti ho creato, penso. Non puoi stare qui. Non odo risposta o non mi do risposta? Rigetto subito tale pensiero e torno a fissare ardentemente l’intruso. Intimo a questo di tornare al vuoto, come avevo ordinato precedentemente alla mia serva prediletta. Non si scompone e mantiene fisso lo sguardo vacuo. È di un colore simile al mio involucro più morbido, ma di un acceso bagliore; occhi scuri e ammalianti, braccine senza estremità, pelo ispido e lanugginoso. Non ti ho ancora immaginato, ma devi essere sempre stato da qualche parte in me stesso. Perciò cerco nel mio creato un vago ricordo o una traccia nascosta, mi spingo invano, perché ancora sbalordisco? Lo spingo, lo faccio rotolare, lo punisco per la sua sfrontatezza. Devo così punire anche me per la prima volta? Mi sono nascosto un intervento? Ho architettato alle mie stesse spalle e per la prima volta sto mettendo alla prova la mia consapevolezza? Se fosse così potrei sciogliere la sua forma, farla ardere o contrarla fino a farla tornare al vuoto.

Afferro la creatura, la stringo: è morbida come mai avrei potuto immaginare. Suona uno squillo veloce dal suo ventre. Lo squillo assomiglia a molti dei miei, sono sbalordito, affascinato. Io stesso ho colto la magnificenza della mia voce e l’ho riprodotta in questa creatura, ma io non avrei potuto ricreare un suono tanto simile e perfetto. Squittisco di gioia. Chiedo alla creatura di riprodurre il suono. Ci mette poco a tornare, ad una pressione segue sempre il suono, di rimando esplode in me una felicità sconfinata. Squilla e squilla ancora, mentre scorrono le ere e cambiano i paesaggi e viaggio fino ai confini del mio tempio. Lo stringo a me mentre mi afferro ad una colonna. Tutto il tempo passato assieme ci ha resi inseparabili, egli comprende me nel profondo ed io comprendo lui, con l’aggiunta del magnifico mistero del nostro incontro.

Non potrò mai più provare una gioia tanto profonda in futuro. La Creatura sembra esserne consapevole, si rotola appagata sfidando il mio attaccamento, poi si allontana dalla mia vista, sorpassa le colonne di alabastro e cade giù.

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