C’è un’illusione profonda che mi ha condotto fino a qui. Qui a creare uno spazio per diffondere contenuti ragionati, esprimere un mio sguardo critico e il desiderio di cambiamenti importanti, in me e nel mio ambiente.

Ed è in questo ambiente, internet, che ho preso l’abbaglio più grande.

Vedo l’inganno, ma non riesco a tirarmene fuori! Sono invischiato profondamente, e le ragioni mi sono oscure. Faccio tesoro a voi di questo processo mentale o scrivo solo per essere ascoltato? … E quasi non mi accorgo di cercare di uscirne con lo stesso mezzo che l’ha generato.

Meno orpelli.

Un tempo desideravo esprimere un pensiero, un moto di rivoluzione d’idee anche solo con una persona, e ricordo che rimanevo più soddisfatto di tale scambio (o è solo l’idealizzazione del passato?).

Avevo un riscontro anche solo nel cambio di energia del mio interlocutore, oppure mi bastava l’aver raggiunto grazie a lui/lei riflessioni nuove, più realiste; oppure solo l’aver messo in circolo la creatività e le emozioni. Il messaggio si ridimensionava grazie al dialogo e perdevo gran parte dell’ossessione alla verità (la mia verità?); e avevo l’aspettativa che quel messaggio sarebbe filtrato in altri dialoghi futuri, di altre persone, avrebbe potuto maturare anche in animi lontani, sarebbe stato importante per altri.

La mia fame di interventismo era soddisfatta anche se per poco.

Avevo anche allora il bisogno di cambiare qualcosa al di fuori di me, dopo aver fallito su di me. Poi, con la scoperta tardiva dei social, scorsi un potenziale immenso, ci sperai, cedetti gradualmente alle lusinghe di quel facile potere.

Potevo mandare ai quattro angoli del mondo un mio pensiero, sì, potevo essere ascoltato da una moltitudine di persone, in ogni momento della giornata in cui mi balenava un’ispirazione! Certo, doveva essere ben scritto e decorato e accattivato, e doveva attendere tempi opportuni, una certa ricettività popolare, ma sembrava così possibile (sembra ancora oggi così possibile). Non c’erano prove di questo, ma chi poteva negare con sicurezza che il messaggio non avrebbe raggiunto molti cuori?

Chi poteva negare il contrario?

C’erano i like di chi aveva letto. O invece erano da interpretare diversamente? Non potevo capirlo senza chiedere. Forse avevano solo apprezzato lo stile di scrittura, o l’immagine di copertina, o il finale solamente, …

Non arrivavano gli scambi sperati, volevo almeno commenti, stimoli di confronto, o nuovi contatti, quell’aspettativa di potere tanto credibile. Forse stavo sbagliando qualcosa? Mi scervellavo sui modi, sulle piazze da utilizzare, sulla mia sincerità, sulla mia intenzione profonda, eppure…

A cosa miravo per sentirmi almeno saldo e soddisfatto per un momento? Non lo ricordavo più… Quali priorità? Ottenere un vero cambiamento e sapere di avere un potere reale, raggiungere un livello di fama tale da essere preso sul serio. Delirio di onnipotenza, pensiero arrogante: per quanto mi sforzi di essere aperto mentalmente, dentro so di bramare che gli altri pensino anche secondo la mia sensibilità, mi reputo superiore in qualche modo.

Vorrei ritrovare i miei bisogni più semplici e profondi. L’importante è avere un posto dove sentirsi utile, dove sapere di avere relazioni forti e ricche, sentirsi un poco meno catastrofista verso il futuro. Relazione. Quando hai la possibilità di raggiungerli tutti, ti sembra di essere la persona più fortunata tra tutte, hai il potenziale di trovare le persone più affini, il contatto che può dare la svolta al tuo percorso di vita. E invece ti trovi a dedicare poco tempo, bloccato dal menù troppo ricco di scelte.

Senso di colpa: quanto tempo dedicare a mandare un messaggio e quanto dedicare invece ad ascoltare gli altri? 1 ora per scrivere un post o 1 ora per dare valore all’impegno di altri e condividere pensieri importanti?

Si saranno sentiti inosservati come me. La bacheca è insensibile, un algoritmo inumano, mi mostra troppe cose, e io non ho imparato a scegliere così efficacemente, e il tempo langue ed altri pensieri si sono aggiunti e tanti hanno preso il mio posto nell’attenzione residua tra tutti gli spettatori. Spettatori, sì. Così li chiamo? Se un tempo avevo un racconto lo facevo leggere a qualcuno di importante e nelle settimane successive potevo parlarne, e sentirmi appagato almeno un po’. Sarei stato convinto di aver avuto una qualche importanza: quest’illusione infantile. Ed ora disilluso, o troppo illuso, non riesco a tornare indietro, né smettere di inquietarmi a ogni nuovo click, né di ossessionarmi per far sentire la mia voce.

E quante persone ora sono sulla rete mentre sono vuote di sentimenti le strade invece?

In quanti c’è un desiderio mal espresso di fare del bene alla società e di riflesso per se stessi? Siamo tessere sociali fin da quando nasciamo, e nonostante abbiamo l’illusione di essere individui separati.

Un tempo ero più conscio di essere impotente.

 

Gabriele Pani

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