VERONICA SINETTI, in arte VICAS, nata a Domodossola nel ‘79. Veronica è Illustratrice, designer, insegnante, urban-sketcher, Wacom Ambassador, e Concept Artist… Ma facciamo prima un passo indietro…

 

Veronica, c’è stato un momento in cui hai scelto di diventare… Ehm… Tutto quello che sei diventata?

Disegno praticamente da sempre, fin da piccola desideravo fare un mestiere artistico, ma ci volle tempo prima di sviluppare un’idea chiara… È stato il mio insegnante di storia dell’arte delle superiori ad avermi lanciata nel mondo dell’arte e del restauro. Finita la scuola, mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti.
Nel restauro c’è una considerevole componente manuale ed io ero interessata ad approfondire quella artistica. Cominciai a frequentare le lezioni di grafica e riuscendo a fare amicizia pure coi muri trovai i miei primi contatti e lavori. Già durante il periodo di tirocinio vestivo i panni di Batman: di giorno restauravo, di notte coloravo.

 

Al termine della scuola hai cominciato a lavorare come restauratrice, cosa ti ha fatto poi voltare pagina?

Ho lavorato per diversi anni in una ditta di restauro, ma il rapporto è arrivato ad una conclusione e mi sono trovata senza lavoro… Mi sembrava impossibile all’inizio lavorare senza padrone, ero preoccupata… Con una possibilità di cominciare come freelance per i molti lavori collezionati, ho deciso di correre il rischio! Sotto padrone ho incontrato molta rigidità e limitatezza, all’opposto ho lavorato come freelance all’OS3, un luogo che ha condizionato molto il mio modo di lavorare: un luogo di scambi, di contaminazioni, un ambiente libero e flessibile dove si poteva sempre comunicare apertamente. Presto mi sono resa conto di amare tutta quella libertà e flessibilità, così ho cominciato con Wacom, poi con le illustrazioni per bambini, i fumetti, la grafica…

 

E la concept art…

Il primo lavoro di concept riguardava i due alieni di Cronache Marziane, poi Il Vignetta, oltre ai concept personali su cui ho cominciato a lavorare… Sembra strano, ma è in quel momento che ho scoperto che si trattava di un lavoro vero e proprio. Mi sono resa conto di poter far confluire molte delle mie professionalità e passioni in questa professione: moda, videogiochi, fotografia, grafica, restauro, fumetto. Il concept per me era una possibilità per lavorare con le idee, di poter vivere e rivivere il ricominciare da zero.

 

Che cos’è il concept?

Premetto che ci saranno sicuramente spiegazioni più competenti della mia, ma cerco di darvene un assaggio… Il concept è una bozza, un’idea, una serie di produzioni grafiche, disegni e scarabocchi che si fanno nella fase progettuale. Così per visualizzare al meglio il progetto, per dare l’avvio a tutte le fasi successive serve un abbozzo, un esordio di progetto… Il concept non è molto conosciuto come strumento, difficilmente si vedrà un concept nell’opera finale, si vedono meglio gli interventi di tutte le altre figure coinvolte: modellatori, programmatori, illustratori, 3d artist…

 

Qualcuno potrebbe pensare che chi fa concept art faccia poco o rimanga irrelizzato dal produrre solo un “bozzetto” e poi veder fare tutto il lavoro da altri…

Concept artist irrealizzato? No, invece è il più realizzato di tutti, lui sceglie la direzione di un intero progetto. Ad esempio l’idea di una nuova macchina appartiene a chi ha prodotto la manciata di schizzi da “quattro minuti” non alle persone che ci hanno lavorato per mesi! I concept artist sono molto ricercati oggi giorno, proprio perchè spesso chi produce non ha l’idea e ti assume proprio per questo.

Permettici di immaginarti nei vari passaggi lavorativi:
Arriva la proposta, ti contatta il cliente…

I clienti ti possono trovare in molti modi… Arrivano dal sito internet, dai social, da un collega conosciuto ad una fiera, da uno scambio di biglietti da visita. Tutto può cominciare con una chiamata, una mail… “Ho bisogno di questo”, “Mi serve quest’altro”… Innanzitutto bisogna cominciare col capire quali siano i gusti del cliente: se ha un’idea precisa in mente o se vuole una cosa nuova, e se la cosa è realizzabile… Si fanno proposte e controproposte, si discute, si fanno tante domande, si prendono appunti. Se ti va bene ti danno già immagini di riferimento, artisti, stili, ecc. Così inizi col produrre i primi bozzetti veloci e li sottoponi, man mano, al cliente. Ovviamente le richieste e i passaggi possono anche variare se si tratta di un fumetto, di un manifesto, di un logo…

 

Fase di ricerca, di preparazione?

Faccio ricerche, un bombardamento di immagini, un brainstorming di parole, cerco lavori simili, studio una palette colori appropriata, per molti quest’ultima cosa arriva in un secondo momento, ma per me è più importante avere da subito un’idea chiara del colore e dell’atmosfera.

 

Ti metti al lavoro…

Comincio con gli schizzi, ne produco molti prima di arrivare a qualcosa di utile. Non sto a correggere lo stesso disegno, ma lo rifaccio più volte da capo. A volte cambia tantissimo da un concept all’altro, ne butti giù uno, poi un’altro, avranno forme diverse, poi man mano vai verso la tua idea. È un percorso! Il concept è sempre una bozza, non è mai un definitivo. Ad esempio, quando faccio gli environment, i paesaggi, faccio sei riquadri piccolini in bianco e nero, come fossero storyboard, con linee e forme vaghe, poi di questi ne prendo 2-3 e li faccio in scala di grigi, di questi ne prendo uno e lo faccio a colori…

 

Consegna, quando capisci che il Concept è quello giusto?

Nel limite del possibile, credo nella semplicità: nel mio processo creativo accumulo tutti gli elementi, poi sottraggo, sottraggo, sottraggo fino a raggiungere il prodotto finale. Il concept giusto sarà quello che soddisfa l’idea che mi ero fatta e con i presupposti iniziali. Poi c’è sempre il delicato lavoro di confronto con il cliente…

 

Di cosa ti nutri quotidianamente per sviluppare idee?

Guardo continuamente illustrazioni, articoli, stili grafici, mostre, videogiochi, telefilm e film nuovi o di trent’anni fa. Cerco di immagazzinare tutto. Poi va a periodi, non penso che abbiamo lo stesso gusto sempre… Ci sono periodi in cui sei più portato al pulp e riguardi tutto Tarantino, un’altro sei negli anni ’20 e ritorni al Grande Gatsby, un altro nella fantascienza e disegni solo astronavi e alieni: per ogni cosa cerchi stili, capi di abbigliamento, fumetti, fotografie, film, artbook… Poi in me non troverete la classica artista immersa nel presente, non sono così abile in questo, a me interassa calarmi in altri periodi storici…

 

Com’è il tuo stile, cosa l’ha influenzato?

Come dicevo prima, lavoro a molte cose… Questo può essere un limite per alcuni, ma per me è estremamente importante e stimolante. Ogni campo influenza l’altro, si apprendono tanti modi di lavorare e si trovano spunti continui. Non ho fatto solo molti lavori, ma uso anche molti modi di lavorare. Ho cominciato col tradizionale, cavalletto e pittura, fino a lavorare col digitale, sperimentando molti programmi diversi, molti approcci diversi. Ogni lavoro ha il suo pennello, la sua penna, il suo programma, le tecniche, le tinte, i materiali. Mi ha molto aiutato la multidisciplinarietà del restauro, i materiali e le tecniche (che il mio compagno chiama il kit da strega: polveri, unguenti e pergamene…). Poi mi stimola continuamente lavorare con Wacom, conoscendo sempre nuovi programmi e modi di impiegare le tavolette, per poi essere in grado di presentare e insegnare a moltissime utenze e professionalità diverse.

Il mio mesterie di grafico unisce tutte le cose, dando un senso unitario. Curo i font, gioco con i filtri fotografici, definisco uno stile generale, …. Cose più da grafico che da disegnatore. Come ho detto poi, per prima cosa, definisco il gusto, l’atmosfera, la palette… Ad esempio in cronache marziane ho pensato di voler dare un impronta di retro sci-fi e ho subito pensato: come li vesto, quali pantaloni metto loro, quali forme voglio rendere?

Poi cerco sempre la semplicità. Il più minimal possibile in qualunque campo, credo nel potere del minimal. Persino nell’arzigogolato del mio progetto steam punk ho cercato di rendere tutto al minimo, diversamente da come viene affrontato comunemente questo genere. Mi trovo così ad avere un tratto semplice e lo cerco fresco, immediato, magari meno preciso, ma adoro il concept proprio perché non c’è bisogno di iperlavorazione, per questo faccio schizzi, sennò sarei un modellatore: Less is more!

 

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