Come cominciare o continuare a cambiare? Cos’è un cambiamento, perché non possiamo evitare di cambiare?

Cambiare è involontario e inevitabile, cambia l’ambiente che ci circonda e anche se noi ci opponiamo a questo la nostra stessa opposizione rivela un cambiamento.

Cambi, stai cambiando anche in questo preciso momento, mettiti l’anima in pace. 

 

… Tuttavia cambiare significa migliorare?

Non necessariamente, il miglioramento deriva da una migliore adattabilità al nostro ambiente, forse, ma ancora prima deriva dal nostro fallace punto di vista.

Non esiste miglioramento oggettivo! Una cosa è migliore secondo uno o più punti di vista, ma può diventare svantaggiosa, disastrosa secondo altri.

Il miglioramento è relativo, mettiti l’anima in pace.

 

… Tuttavia quale cambiamento è utile?

Esiste cambiamento passivo e cieco e spontaneo, ed esiste cambiamento attivo e strategico e lungimirante. Non mi esprimo circa l’esistenza di un cambiamento migliore e di uno peggiore, preferisco mostrarvi in tre categorie questo cambiamento, strategie e non-strategie, punti di vista.

  • Consapevolezza: viversi il cambiamento e riconoscere il punto di partenza.
  • Obiettivi: in assenza siamo una barca senza vela in balia del mare.
  • Autosostegno: the power is nothing without control.

 

CONSAPEVOLEZZA

A cosa serve vivere se i nostri sensi sono offuscati, superficiali o filtrati? C’è un processo che prende il nome di desensibilizzazione e si innesca (per salvaguardia) quando nel corso di numerose esperienze incontriamo emozioni forti, ingestibili e conflittuali. La desensibilizzazione del muscolo ritorto dallo stress, ma anche del calore di una delicata carezza, fino a rimuovere intere emozioni tormentate con un conseguente livellamento di ogni altra esperienza emotiva. Il passo più semplice per molti è proprio quello di cercare di rimuovere quelle emozioni:

  • seppellirle sotto un malanno fisico;
  • abbassare tutto il livello percettivo in generale (per evitare il dolore si limita anche il piacere);
  • accelerare il passo per non fermarsi ad ascoltare;
  • dirottare l’energia emotiva verso un bersaglio o su di una ricerca cervellotica;
  • evitare, fuggire dalle situazioni innescanti.

Infine non stupiamoci a trovare persone che agiscono casualmente, che feriscono gli altri e sé stessi senza criterio, che costruiscono immagini di sé assurde e controproducenti.

Quanto tempo dedichiamo della nostra vita a riconoscere le sfumature del nostro vissuto, il colore di una relazione, il suono grezzo e puro del nostro respiro? Viviamo appieno tutti i nostri sensi?

La curiosità si riduce, fino a scomparire: può capitare in seguito ad una ferita, un rifiuto, una frustrazione castrante, un’ambiente giudicante, una minaccia anche lieve, ma continua. Ricontattare le proprie emozioni può richiedere molto tempo e fatica, ma ne vale la pena? Questo spetta a te deciderlo. Puoi sperimentare e vedere. Io ritengo ci siano azioni e scelte che ci lasciano senza energia, che ci rendono fermi, lineari, poveri, monocromatici. Quali ci affaticano, ci saturano la mente?

  • controllare e reprimere le emozioni;
  • ignorare ogni stimolo e parere;
  • rinunciare a conoscere e a imparare per non raggiungere un potere ingestibile e per giustificare meglio i propri comportamenti e le proprie idee vittimistiche;
  • non riconoscere più l’avvicinamento e l’interesse di una persona;
  • non concedersi tempo per godere di una giornata piovosa.

Consapevolezza o sorveglianza?
Potremmo scambiare consapevolezza con sorveglianza e controllo. Nella Consapevolezza non c’è giudizio, non c’è passato né futuro né fantasticherie, solo il presente e la percezione di ciò che accade. Nella Sorveglianza c’è un prendere le misure, fare confronti, etichettare/giudicare errori e pensieri, il tentativo di prevedere il futuro sulla base di aspettative o regole.

 

OBIETTIVI

Senza obiettivi chiari siamo pesci senza pinne in balia del mare (per non ripete la metafora). Si parla spesso di obiettivi, in una confusa vastità di espressioni:

Chi parla di sogni
Un termine a mio parere molto fraintendibile e vago. Si parla di emozioni forti, ma poi quando chiedi qual’è il sogno, le risposte sono assai vaghe… Ogni sogno porta con sé un grande bagaglio di speranze ed emozioni irrisolte, un’infanzia vissuta, uno spesso strato di polvere accumulata poi per età. Quando parlo di sogni, parlo di fantasia e immaginazione e visione: ciò è indispensabile, ma vedo un gradino mancante, o meglio è la scala spesso ad essere mancante. “Il sogno il sogno”, “non fatemi smettere di sognare” (e chi ti dice niente?) e non sentire altro, un sogno per lo più lontano lontano e che di solito ha un solo campo di interesse, non detto esplicitamente: successo lavorativo, comprare un barca, fare soldi…

Chi parla di target
Se questo termine esce dalla bocca di un italiano, 90 su 100 si tratta di un venditore, un manager, o (nel peggiore dei casi) un proselite di qualche setta. Nel target io vedo spesso un obiettivo orbo, una mentalità normativizzata che annuncia uno o solo pochi limitati modi per raggiungere la felicità: successo e soldi. Il fallimento è accettato, ma la ri-taratura dell’obiettivo è mal vista; ogni altro obiettivo è secondario, se non ostacolante. Si vede che c’è l’ho con motivatori, coach e counselor della domenica?

Chi parla di obiettivi
Chi parla di obiettivi deve stare attento a nuotare nel mare del realizzabile, a scomporli in mini-obiettivi per agevolarsi, a riconoscere l’origine di questi, interna o esterna. Ci sono obiettivi freddi e razionali che a volte ci spingono invano per imitazione e fantasticheria, ma che in altre occasioni ci proteggono anche dal baratro: sono i piccoli passi di pura tenacia e volontà che ci risollevano dal letto la mattina, le poche parole farfugliate che ci riavvicinano agli amici, l’invio di un curriculm che ci rimette in gioco.

Chi parla di bisogni
Chi negli anni ho interrogato sul significato di bisogno ha alzato gli occhi al cielo e descrivendomi un’estremizzazione, cioè la dipendenza e l’assuefazione (“Io non ho bisogno di un bel niente!”); oppure ha puntato lo sguardo in basso, rasoterra, per parlarmi di sopravvivenza (da mangiare per pranzo, dormire poco la notte, andare di corpo…); pochi altri, rari, mi hanno guardato in faccia citando la Piramide di Maslow (cercatevela :P). Quando ne parlo io comprendo un ampio spettro di categorie: sonno, solitudine, alcol, spaghetti alla matriciana, eroina, intrattenimento, distrazione, sicurezza, ammirazione, affetto, curiosità… Un bisogno non è un obiettivo però, un bisogno ci mostra solo la base da cui partiamo.

Ciò che penso è che difficilmente ci muoveremo nel mondo, ritenendoci soddisfatti ed energici o riusciremo a elaborare obiettivi rimanendo all’oscuro dei nostri bisogni. Certo, potrebbe caderci in grembo esattamente quello che cerchiamo, è possibile, ma potremmo non farci caso. Avere un orientamento sulla nostra realtà ci permetterà di:

  • prendere scelte più accurate;
  • raccogliere indizi e spunti utili sul cammino;
  • sviluppare strumenti utili;
  • accogliere e coltivare relazioni utili, e allontanare quelle nocive;
  • imparare dagli errori elementi inerenti ai propri obiettivi e bisogni.

Sarà inevitabile sbagliare a riconoscere molti bisogni e scegliere obiettivi devianti, in questo sta un compito arduo per tutti/e. Se invece ci lasciamo spingere da Sogni e Target di qualcun altro, o suggerimenti all’orecchio da una minacciosa matrigna-società (morale e dogmi), continueremo a ciondolare casualmente o come una marionetta.

 

AUTOSOSTEGNO

Spesso nell’esplorazione di sé e nelle mire espansionistiche ci dimentichiamo di assicurarci della disponibilità del nostro mezzo: di quale “carburante”, di quali strumenti disponiamo e su quale strada corriamo. L’Autosostegno è fatto di esperienze, ricordi, strumenti, capacità emotive acquisite, relazioni allacciate, ambienti favorevoli, e anche di una certa fiducia e follia. Non condivido l’idea di attribuire tutta la propria capacità di autosostegno all’idea di sé, al motto: “basta crederci!”. No, prediligo un modello misto.

Gestione delle emozioni
Le emozioni ci spingono verso la soddisfazione dei nostri bisogni, parte di questo movimento è possibile quando l’emozione è sostenuta e accolta efficacemente dalla persona.
Gestire o sostenere significa sopportare, o meglio sfruttare/convogliare, il carico energetico dell’emozione. Difficoltà di gestione significa venire sbilanciati o travolti da un’emozione, che quando diventa ingestibile comporta parecchio dolore e problemi.
Il sostegno nasce da molti fattori, così la capacità di reagire/agire all’emozione:

  • per tentativi, errori;
  • grazie a creatività ed emulazione si sviluppano strumenti, abitudini, resistenze;
  • adattamento (creativo) all’ambiente;
  • consapevolezza per riconoscere l’emozione, e gli impedimenti all’espressione (regole, giudizi, aspettative).

Ci possono venire in aiuto alla gestione delle emozioni:

  • Il corpo, il movimento, la danza, le smorfie, lo sport, …
  • La meditazione, la pratica del rilassamento.
  • Mettere per iscritto pensieri ed emozioni, condividere con qualcuno il vissuto anche se all’inizio ancora poco chiaro e confuso.

Confronto e prendere le misure
Esiste la possibilità di confrontarci con l’ambiente (le persone che ci circondano, le regole, le consuetudini) per prendere le misure della nostra espressività, delle scelte, i movimenti. Dal confronto ci giungerà un rimando dall’ambiente da cui ne conseguirà una nostra nuova elaborazione: adattamento creativo io lo chiamo. Costruiamo nel confronto un’immagine del nostro ambiente, facendo attenzione che questa non si fossilizzi e che l’ambiente non cambi nel frattempo, restiamo aggiornati quindi!

Ambiente minaccioso
Dove crediamo (alcuni elementi saranno reali, altri immaginati) che l’ambiente sia minaccioso svilupperemo alcune capacità:

  • di rimandare l’espressione di noi stessi;
  • di deviare l’espressione verso mete più sicure;
  • di contenere la nostra energia.

Capacità utilissime e degne di esistere che ci consentono bene o male di barcamenarci in una vita quotidiana spesso difficile. Il contenimento soprattutto può essere una capacità portata all’estremo da alcuni, ma anche poco sviluppata in altri che sembrano impazzire all’idea di porsi un freno e un margine di comportamento in alcune occasioni della vita. Un buon equilibrio penso possa essere possibile.

Scelte e strumenti
Molti di noi sono delimitati da regole così strette da non permetterci di reagire spontaneamente: chi vorrebbe fuggire, difendersi, esprimersi, ribellarsi, pensare creativamente, chiedere aiuto. In tal caso sarà molto difficile raggiungere una buona capacità di autosostegno. Come eviti dunque di cercare il tuo spazio di confort, come eviti di darti sostegno quando necessario? Ti giudichi per questo?

 

 

CONCLUSIONI

Ho cercato di mostrare più spunti possibili, non amo gli articoli superficiali e diluiti. Ho parlato di cambiamento attivo e passivo e do medesimo valore a entrambi:

  • una strategia forte di cambiamento penso possa essere deleteria e ricalcare un controllo che ci privi della spontaneità, dello stupore, del piacere dell’improvvisazione. L’eccessivo controllo può favorire il giudizio negativo e il concentrarci solo su ciò che non va in noi, e oscurare la visione delle emozioni, visualizzate come ostacolo anziché come risorsa. Una strategia forte che non preveda la quiete di tanto in tanto può portare verso lunghi anni di cieco viaggiare a sprecare energie e ignorare possibilità.
  • L’inerzia e l’inedia possono preservarci dallo sbagliare consapevolmente, dal prendercene la responsabilità, ma renderci vittima del mondo, impreparati alle difficoltà future. La scelta è indispensabile per riconoscere il proprio potere e scoprire il mondo, se si sceglie si rischia di sbagliare, ma anche di riuscire, o di sbagliare e imparare.

Quindi scegliete voi cosa fare, quale metodo preferite, non sono mica qui per dirvelo io! Ricordatevi che non siete soli nelle incertezze e nei compromessi quotidiani, che esistono molte persone a cui chiedere aiuto, professionisti e non.

 

Grazie dell’attenzione!

 

Gabriele

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